Un uomo blu, che veleggia a bordo di una nuvola.
La vela è uno scritto.
Lo scritto parla di mare.
E la nuvola è un sogno, bianco e morbido.
Va lontano.
Andrà lontano.
Ora però è sullo scaffale.
Il calendario proprio non fa per me, sono più un essere stagionale nel senso che ho un concetto di tempo molto diverso da quello scandito coi numeri, ogni 24 ore, ogni settimana, ogni mese...e si arriva a dicembre. Siamoa febbraio, pensiamo che c'è ancora freddo, ma che sta per finire, ci giriamo un momento, ed è ddi nuovo dicembre.Dicembre.Dicembre.Dicembre. Ogni anno è dicembre, solo dicembre.Splendido mese dicembre,non c'è che dire, però è malinconico, più anche di settembre che invece porta con sè le tante speranze che si attaccano alle foglie...e poi cadono per terra oppure il vento le solleva e le porta in orbita. Dicembre invece è la resa dei conti. E le foglie sono andate dove erano dirette.
Si dovrebbe ragionare in termini di stagioni, mesate intere, lunghe: "che fai quest'autunno?", "esci con me durante l'estate?". Bello. Sarebbe tutto estremamente approssimativo, ma non si potrebbe nemmeno calcolare l'ansia risparmiata: ci riempi un vaso, un mega vaso gigante. Oggi non esisterebbe, come non ci sarebbe ieri e domani. Nessun termine a breve, solo lunghi periodi in cui con calma infilare le persone, gli ambienti e la musica. Grandi contenitori di luce e buio pieni di tempo e di cose. una sola resterebbe fuori, del tutto esclusa, la rovinosa e tragica fretta.
In fondo si trattava di poco. L’attesa sarebbe finita ormai, doveva aspettare solo alcuni rintocchi: l’orologio della torre di Place de la Concorde segnava le dieci e trenta e bisognava attendere fino alle due. Si, fino alle due. Alle due sarebbe passato a prenderla, così disse, da Place de la Concorde, proprio sotto la vecchia torre dell’orologio. E immaginava già il rombo della moto, vibrante nello stomaco. Un paio di curve tutt’attorno all’isolato e poi il riflesso dei fari sulle vetrine di fronte.
Si, bisognava aspettare fino alle due. La strada luccicante ancora taceva. Vestita di pioggia serbava silenzio. Anche lei attendeva paziente, pronta a essere divorata dal bolide e di trasmetterne il rombo, rifletterne la luce, portarlo a destinazione: Place de la Concorde, alle due sotto la torre dell’orologio. Il suo Godot sarebbe arrivato lì, sul bolide. Ma niente ancora,e s’attendeva lo scorrere del tempo. Era in anticipo e lo sapeva bene, ma voleva consumare l’attesa all’aperto, e quale luogo migliore se non quello dell’incontro?
Nessun bolide ancora e pioveva, piano. La lentezza della pioggia disarmava. Si sentiva beffata, come se la forza divina che aveva voluto bagnare la città quella notte intendesse sadicamente rallentare e infeltrire il tempo. A parte il sarcasmo, bisognava attendere quei dannatissimi rintocchi.
Fissava le lancette antiche spingendole innanzi con lo sguardo, fingendole più rapide. Ma quelle apparivano immobili, quasi scolpite, in bassorilievo sul quadrante enorme dell’orologio della torre, per sempre. Si girava verso le vetrine anticipando col pensiero il riflesso dei fari che di lì a poco avrebbero illuminato quell’angolo di mondo, quell’angolo di tempo. Bisognava aspettare. E intanto accendeva l’ennesima sigaretta, e interpolava pensieri a crampi a boccate nevrotiche. Ripensava al suo passato, richiamando in superficie vecchie sensazioni, che subito vivide inturgidivano il cervello. Sensazioni calde, certe, sotto controllo: ascoltava gli odori e annusava i fotogrammi che le scorrevano in fronte, nel fruscio delicato del ricordo ovattato. E accendeva un’altra sigaretta, un poco disturbata dal puzzo delle dita.
Il pavimento in pietra della piazza non aveva più segreti né avrebbe riservato più sorprese ai suoi occhi tanto l’aveva scandagliato, quadrato per quadrato. Ne aveva memorizzato le crepe, le variazioni di colore e le molte imperfezioni. Aveva contato persino cicche e mozziconi tracciando mentalmente una mappa con quei punti. Una costellazione. Non aveva mai conosciuto i nomi delle costellazioni, non sarebbe stata in grado di individuare nemmeno l’Orsa Maggiore, la celebrità. Nessuna tra quelle che pressappoco tutti sanno trovare e indicare, sfoggiando quel meraviglioso dito indice, accusatore e tronfio. Però ne aveva appena battezzata una che aveva sotto gli occhi, sul pavimento di pietra. Una rara, che avrebbe conosciuto solo lei: meritava plauso e invidie per aver scoperto la costellazione del mozzicone. Il pensiero strampalato e quel nome rozzo la fecero sorridere e distrarre per un istante, divertita dall’immagine bislacca della platea di scienziati che applaudivano al suo cospetto.
Un rintocco risucchiò via la distrazione del mozzicone con un sobbalzo. Con un fremito ansioso tornò a concentrarsi. E ancora pioveva. E bisognava aspettare fino alle due. Le vetrine erano ancora scure. L’asfalto taceva , come la città ammantata di malinconia notturna. Improvvisamente smise di piovere. Mancava ancora un po’. Aspettare. C’era un tale silenzio che si sentiva respirare, sentiva il sangue scorrerle dentro, l’ossigeno in circolo, come la nicotina che continuava a sbafarsi.
Si sorprese nell’incanto di un’illusione osservando le sottili colonnine di fuoco che le luci riflesse dei lampioni accendevano nelle pozzanghere. Acqua che circondava fuoco, aria che circondava luce. E ancora una volta quello che vedeva le entrava dentro, tra ossa e muscoli, carne e sangue, nervi e midollo. Anche quell’illusione ora era parte di lei. Si sentì ricca. Si sentì unica, la sola al mondo che aveva il privilegio di trovarsi lì, in quel momento. L’unica che potesse osservare le colonnine di fuoco in una pozzanghera: sopraffatta. Era l’unica sotto la torre dell’orologio a cui importasse qualcosa di quelle vecchie lancette.
Si alzò in piedi con uno scatto superbo e tornò a indagare per l’ultima volta la posizione di quelle maledette e vecchie lancette. Era tardi, le due erano passate. La strada aveva taciuto, la città aveva taciuto e a sottolineare l’umiliante silenzio anche la pioggia aveva smesso di cadere. Le due erano passate, aveva smesso di aspettare per stanotte.
Sulla scrivania, il computer manifestava la sua presenza: la lucina della posta elettronica lampeggiava.
Nuovo messaggio. Lesse.
Andò a dormire, sperando che l’indomani non avrebbe piovuto.